Lui è Henrik nasce nel 1828, a Skien, in Norvegia, figlio di un commerciante benestante. L’infanzia scorre serena fino a quando il padre fallisce. Henrik ha appena sedici anni quando deve lasciare la scuola per lavorare in una farmacia a Grimstad. È lì, tra boccette e profumi d’erbe, che comincia a scrivere per il teatro.
Nel 1851, a soli ventitré anni, Henrik Ibsen diventa direttore del Teatro Nazionale di Bergen. Conosce attori, scenografie, il ritmo delle prove. Ma è deluso dal suo paese: quando la Danimarca viene invasa dalla Prussia, la Norvegia resta a guardare. Henrik decide di andarsene. È un esilio volontario.
Nel 1864 arriva in Italia. Roma lo conquista: la luce, il clima mite, la storia. Passa ore sull’Appia Antica o tra le tombe della via Latina, contemplando il paesaggio. Scrive all’amico Bjornson di sentirsi ispirato come mai prima.
L’estate la trascorre lontano dal caldo della capitale. A Genzano lavora a una tragedia su Giuliano l’Apostata. L’anno dopo, ad Ariccia, vive un momento decisivo: entrando nella Basilica di San Pietro, ha come una visione e nasce l’idea di Brand. Lavora mattina e pomeriggio, legge soltanto la Bibbia, sente di toccare qualcosa di potente.
Nel 1866 si sposta a Frascati, con la famiglia, nel seicentesco Palazzo Grazioli. La sera si siede in terrazza, a seicento metri d’altitudine, e guarda il Mediterraneo e Roma in lontananza.
Per ventisette anni vive lontano dalla Norvegia. Eppure, nei suoi drammi, ambientati spesso in cittadine norvegesi, racconta temi universali: la lotta tra tradizione e modernità, tra ideali assoluti e compromessi umani.
Il 23 maggio 1906, a Cristiania, oggi Oslo, Ibsen muore. Ma il suo nome rimane il più famoso della Norvegia nel mondo. Le sue parole continuano a parlare, vive e taglienti, come se fossero state scritte oggi.